DAL 2014 al 2017 L’ABRUZZO TORNA INDIETRO: PIL e nascite in calo.

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Il lavoro effettuato dal Dott. Ronci Aldo ( che potrete esaminare grazie al link allegato o andando nel nostro sito al settore indagini) si prefigge di fornire dati a chi vuole indagare sul collegamento tra l’andamento demografico e lo stato di salute dell’Abruzzo e dei suoi sistemi di sviluppo locale.
Nella letteratura scientifica di riferimento, l’attenzione alla qualità dello sviluppo si combina con l’esame degli aspetti attinenti alla crescita economica, misurata su un’opportuna sintesi della dimensione demografica e del benessere sociale.
L’obiettivo è quello di poterne desumere conoscenze, per indicazioni funzionali alla costruzione di politiche da finalizzare ad un sostegno delle diverse aree geografiche regionali.
La conoscenza del peso demografico, delle sue diversità generazionali e culturali sono le basi di approccio utili a scegliere gli obiettivi di crescita economica, anzi risulta a dir poco indispensabile nel quadro dell’attuale congiuntura economica.
L’Abruzzo ormai vive in una ormai sistematica e patologica recessione, mentre appaiono pochi spiragli per rilanciare un trend di crescita, ostinatamente refrattario alla ripresa.
Il decisore pubblico non sempre si sente investito dall’arduo compito di “scegliere”, la direzione giusta da dare alle poche risorse a disposizione, per una loro efficacia utile allo sviluppo produttivo.
In tale quadro l’elaborazione di Ronci fornisce un insieme di serie statistiche (fonte Istat) annuali e sceglie un periodo, vicino ma significativo, dal 2014 al 2017 (un quadriennio), per segnalare una emergenza demografica che richiede, per la sua inversione la progettazione di uno sviluppo portatore di un reinsediamento umano .
Le serie illustrate fanno riferimento alle annualità, delle quali il lettore non potrà evitare di notare che ancora una volta i tratti distintivi dell’andamento demografico abruzzese si reinnestano nelle contraddizioni dell’economia abruzzese, confermando la sua tipica caratteristica di mal prestarsi ad una collocazione univoca tra le regioni del Mezzogiorno d’Italia.
Caratteristiche che le hanno fatto guadagnare impegnative definizioni storiche come quella di “Regione-cerniera”, nell’idea che nel suo DNA fosse implicita, la responsabilità di dover condurre una sorta di scatto in avanti nel suo percorso di transizione.
Le Tabelle proposte dall’analisi del Dott. Ronci, al contrario non confortano queste aspettative, anzi dimostrano che i numeri della crescita demografica, non solo si sono arrestati, ma addirittura vedono un decremento allarmante, attutite solo marginalmente dalla natalità positiva degli “stranieri”.
I tassi di crescita annuali e cumulati del PIL in termini reali negli anni 2001-2007 presentano un Mezzogiorno in crescita del 4,5 , in una Italia che viaggia all’8,5, mentre l’Abruzzo mantiene la sua performance al 4,2.
E’ nel periodo che va dal 2008 al 2014 2013 che tutto precipita, segnando nel Mezzogiorno -12,0, in Italia -8,7, mentre in Abruzzo un PIL negativo pari a -5,9.
Infine il PIL abruzzese nel 2014 è negativo pari a -0,9 , per rialzare la testa nell’anno 2015 con un PIL positivo di 0,6, e ridiscendere nel 2016 con un PIL positivo dello 0,2
Oggi giorno, con un Abruzzo che non riesce ad agganciare la ripresa, con una crescita del PIL negativo nel 2016 di appena lo 0,2 che:
• è il sesto peggior risultato a livello nazionale;
• è pari ad un quarto della crescita del Mezzogiorno;
• è pari a meno di un quarto della crescita Italiana;
la Regione subisce un decremento preoccupante della popolazione abruzzese che passa da 1.322.200 abitanti (ISTAT 31.12.16) a 1.315.800 (ISTAT 31.12.17) pari a 6.400 abitanti in meno.
Una flessione della popolazione abruzzese che è stata il triplo di quella italiana, posizionando l’Abruzzo al quintultimo posto della graduatoria nazionale.
Secondo l’elaborato del Dott. Ronci per il quarto anno consecutivo l’Abruzzo perde abitanti:
2014 – 2.365; 2015 – 5.061; 2016 – 4.313; 2017 – 6.400
Mentre la popolazione di 65 anni e oltre (indice di vecchiaia), in Abruzzo nel 2017, è stata pari al 23,5% del totale contro il 22,6% nazionale.
L’estensore dell’elaborato fa notare che “Il divario tra l’indice di vecchiaia abruzzese e quello nazionale purtroppo non si riesce a ridurre e permane ormai da moltissimi anni”.
Una regione che per mille motivazioni invecchia più della media nazionale. In Abruzzo nel 2017, la popolazione di 65 anni e oltre è stata pari al 23,5% del totale contro il 22,6% nazionale (differenza +0,9), le stesse distanze già affermatisi nell’anno 2013 dove l’Abruzzo segna un 22,2 del totale contro il 21,4 (differenza +0,8).
Quindi, quest’ultimo è un ulteriore indicatore che insieme ai flussi migratori che, in generale, determinano progressivamente lo spopolamento delle aree regionali interne (montane) a vantaggio di quelle costiere, alla fuga dei cosiddetti “cervelli” e manodopera giovanile, per mancanza di quantità e qualità del lavoro, vanno a determinare i risultati attesi dal modello keynesiano di sviluppo, dove, indice migratorio e movimenti migratori, assumono un ruolo centrale.

Infatti le popolazioni si spostano dalle zone più povere (che conseguentemente perdono la domanda) a quelle più ricche.
Si evidenzia che il saldo della crescita naturale negativo della regione Abruzzo negli ultimi quattro anni presi in considerazione è ben superiore sia alla media nazionale sia al dato sul Mezzogiorno.
Al termine di questa illustrazione che cerca di collegare l’andamento demografico ai cicli economici, soprattutto nelle annualità 2014-2017 si può tranquillamente affermare che la trattazione degli aspetti demografici presenta incontrovertibilmente attinenze con la dimensione economica di un determinato ambiente, secondo quanto già rilevato all’inizio del presente lavoro, ma è innegabile che essa si pone in un rapporto di stretta derivazione da quella sociale, al punto tale che la stessa può ben considerarsi come trasversale alle due.
Lo sforzo fatto è quello di indicare utilmente la necessità di considerare le istanze dello sviluppo di un territorio, la sua economia senza che essa si esaurisca nell’osservazione della mera crescita economica basata sull’aumento della produzione, ma è molto di più.
Questo qualcosa in più viene sintetizzato nel concetto di crescita sostenibile, che considera l’aspetto sociale come elemento qualificante di ogni per corso di sviluppo.
Il significato da attribuire ad un simile rilievo è duplice: da un lato si viene ad affermare il giudizio di valore che un’economia non cresce soltanto attraverso il Pil, ma allorquando la comunità di riferimento conquista condizioni di vita migliori per tutti o comunque per i più.
Dall’altro, e si tratta di una valenza tutt’altro che secondaria, si giunge a rilevare che nelle economie più evolute, dove i margini di manovra per perseguire obiettivi di crescita sono sempre più angusti, dalla dimensione sociale possono mutuarsi gli unici strumenti per stimolare la ripresa economica in fasi di perdurante recessione, nelle quali altrimenti si potrebbe rischiare di veder definitivamente esaurito un ciclo economico giunto ormai a compimento.
E’ questo il succo della strategia già delineata dall’Unione Europea, anche se non percorsa nella nostra regione, che al contrario dovrebbe essere l’entità di riferimento privilegiato per gli interventi di sviluppo, da attuare appunto attraverso un’indispensabile complementarità tra le politiche economiche e quelle sociali.