Bilancio Demografico in Abruzzo. Lo specchio di un dramma socio-economico.

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Non ha fatto grande scalpore la notizia che il Bilancio Demografico dell’Abruzzo in sette anni , cioè dal 2013 al 2020 , abbia perso 48.906 abitanti. Scompare una intera città capoluogo come Chieti e tutto si perde nei fumi della camomilla del dibattito politico abruzzese. Nel suo ultimo , e personale Report il già citato Bilancio Demografico, il dott. Aldo Ronci ci dice che è in atto una decrescita pari al 3,68% , un’intensità doppia rispetto a quella italiana che è stata dell’1,84%. Eppure i “decisori” della politica , cioè tutti quelli che si sono candidati a governarci, insieme ai sindacati ed Associazioni Imprenditoriali, sono invitati a “riflettere” e farci conoscere i risultati della loro analisi visto che due classi di età, quelle tra i :

  • 32‐48 anni perdono 49.141 unità, cioè  – 14,80% mentre l’Italia ‐14,18%;
  • 15‐31 emigrano 26.567  giovani,  due volte e mezzo di più della media italiana.

Una forte perdita di giovani che sono uno svantaggio culturale congiunta alla definizione di un insediamento di una popolazione meno attiva e meno produttiva . Per Ronci, siamo in presenza della evidente emersione di un quadro demografico deprimente, che dimostra a “specchio” il perché di un andamento economico decrescente. Solo un passante distratto può trascurare la tragicità di dati demografici, che aiutano a sviluppare una precisa valutazione, anche misurandoli con quelli contenuti nel già pubblicato, sempre da parte di Ronci, Report su: “L’ECONOMIA ABRUZZESE NEGLI ULTIMI 20 ANNI”. Queste cose devono essere sottolineate, perché nessuna reazione abbiamo “notata” in giro su analoghe considerazioni, fatte in occasione, di quello che oggi possiamo definire il ” Festival della Menzogna”, con un epicentro celebrato nel corso degli stati generali sull’economia dell’Abruzzo all’Aurum. Un pullulare di dibattiti, seminari e incontri, svoltisi tra il 24 e 25 settembre, dove accomodanti economisti, unitamente a Bankitalia, hanno offerta una lettura “diversa” sullo stato della economia abruzzese. Una improbabile visione positiva della congiuntura economica abruzzese, grazie a relatori provenienti dal mondo della politica, delle imprese, delle banche, delle associazioni. delle istituzioni e del giornalismo e con molti illustri personaggi nazionali, che hanno offerta la loro “paterna” benedizione. Ma a cosa visto che il valore aggiunto prodotto negli ultimi 20 anni ha subito una flessione del 9,6% ? Perché non chiedersi il perché di una decrescita di gran lunga peggiore di quella italiano, che è stata del 2,8%. In concreto l’Abruzzo “affonda” di un triplo rispetto all’Italia. Saranno i “piombi” ai piedi ad accelerare l’inabissamento, oppure una politica che prosegue la sua corsa in piena cecità senza voglia di guardarsi attorno per chiedersi come cambiare marcia. Purtroppo Fonti, che vanno dall’ISTAT agli elaborati SVIMEZ (ad esempio quelli pubblicati il 15/12/2021), dai dati pubblicati sul sito www.demo.istat.it fino a quelli sul sito www.infocamere.it/movimprese , ci dicono cosa è realmente avvenuto nella nostra regione. Quindi, e meglio ripetersi, le cose scritte non le facciamo risaltare per il gusto della polemica, ma solo per “amore” nei confronti della nostra regione e convinzione sulle possibilità di ripresa dell’Abruzzo. Ma solo attraverso la conoscenza della realtà possiamo intervenire con efficacia con gli indirizzi di politica produttiva ed economica giusti ed è questo il nostro unico obiettivo. Ma se a questo quadro inquietante aggiungiamo un nostro giudizio sulla qualità dell’occupazione, mandando i ricercatori ad approfondire sul campo la differenza tra “occupati e posti di lavoro” , per scoprire che gli osanna alla crescita della occupazione sono una presa in giro a chi “soffre” nel mondo del lavoro, ormai, lo dicono fonti ministeriali, prigioniero di un processo di impoverimento “progressivo”. In sintesi a livello Istituzionale, per sostenere e rilanciare l’intero sistema economico regionale, si devono fare alcune scelte programmatiche prioritarie: innovazione, internazionalizzazione, infrastrutture e competitività. È necessario perché i l mondo produttivo regionale è rappresentato dalle micro imprese che impiegano il 55% degli occupati. È quindi la dimensione l’elemento, caratterizzante della nostra capacità produttiva, che pone un tema ai gruppi dirigenti di questa regione, per liberarla dalla idea “salvifica” dei provvedimenti congiunturali e basta. Tra l’altro con la innegabile “sconfitta” sul fronte delle risorse , visto che le poche messe a disposizione dal Bilancio Regionale trovano collocazione ampia nella distribuzione delle mancette clientelari. Al contrario visto che da troppo tempo c’è scarsa attenzione alla qualità del lavoro generato complessivamente nella nostra regione e considerato che molte aziende hanno scelto assunzioni part-time, o a termine, creando occupazione a bassa retribuzione, bisogna lanciare la parola d’ordine: migliorare lo stato di emergenza sociale, l’eccesso di impoverimento, anche quello per fare fronte al costo sanità ed il rischio povertà. Quindi sconfiggere l’attuale stato di resa all’idea di uno sviluppo legato all’indebolimento dei “costi del lavoro”, con al centro un livello salariale più basso. Ma per cambiare, modificare ed innovare è necessario che i nostri bravi e valenti imprenditori, vengano aiutati ad aprire “processi di sostituzione” disponendosi ad utilizzare la propria cultura per formare nuovi e giovani imprenditori. Una formazione, su binari diversi, che non è un dettaglio, ma un’esigenza fondamentale. Se vogliamo qualificare la nostra rete di impresa e micro impresa, dobbiamo programmare l’ingresso di nuove generazioni, anzi recuperare la qualità culturale e psicologica degli emigrati, sia che si tratti di prendere il proprio posto nell’azienda di famiglia o di dare vita a una start-up nuova di zecca. In buona sostanza assorbire una cultura d’impresa aperta all’innovazione, al confronto, al territorio e alla società è un complemento necessario alle conoscenze apprese a scuola. Con questa logica la Regione e le Associazioni Imprenditoriali e Sindacali devono dare a veri progetti di formazione , di una vera e propria scuola, per preparare la nuova imprenditoria a fare sistema e creare una rete capace di diffondere proprio la cultura d’impresa. Solo in questo modo possiamo invertire la rotta verso la decadenza non assistendo con “inerzia” alla fase di indebolimento del tessuto industriale a suo tempo alleggerito, dalle implacabili scelte di fuoriuscita, dal contesto regionale abruzzese di tutti i centri motori di ideazione, progettazione e di produzione dei grandi gruppi ex pubblici e dei centri di gestione dei flussi finanziari e creditizi. Sarebbe necessario riprendere la bandiera della Vertenza Abruzzo voluta dai sindacati, ma dovrebbero esserne convinti per primi loro, per riparare ai torti subiti dalla nostra regione.

Contrattare un uso più equilibrato delle risorse a disposizione con una regione impegnata a sostenere , fare crescere e potenziare il nostro sistema produttivo. Slegare dalle aspirazioni localistiche il rubinetto delle risorse. Una idea che doveva trovare nel PNRR abruzzese una buona occasione, ma seppure non se ne vede traccia speriamo che il lavoro successivo individui le necessità reale quelle  utili allo sviluppo, nelle prossime scelte, che si stanno operando, fuori dall’Abruzzo. Forse è meglio perché offre almeno la speranza di scelte migliori rispetto a quelle clientelari.