IL MERCATO DEL LAVORO IN ABRUZZO nel I°  trimestre 2020. Effetti Covid19.

Sulmona

I dati provvisori Istat sull’andamento del mercato del lavoro ad aprile accendono i riflettori sulla crisi occupazionale con cui l’Abruzzo, nel contesto economico italiano, avrà a che fare in questo primo post COVID-19. La prima osservazione è che il calo degli occupati colpisce in modo abbastanza uniforme tutte le classi di età. Però ci sono alcuni dati che caratterizzano la nostra regione, infatti bisogna annotare che  il risultato sarebbe stato ancora peggiore se i decrementi degli occupati dipendenti non fossero stati in parte compensati da un consistente incremento degli occupati indipendenti detti anche autonomi (+16.000).  Lo fa rilevare l’autore del Report, che pubblichiamo sul nostro sito in allegato  IL MERCATO DEL LAVORO IN ABRUZZO nel I°  trimestre 2020, il Dott. Aldo Ronci.  Un elaborato che ci racconta anche che, tale crescita non è affatto rassicurante. Infatti tra gli occupati indipendenti si individuano, una serie di rapporti precari, quali: collaborazioni temporanee;  prestazioni occasionali;  co.co.co; partita IVA.  Rapporti di lavoro che non sfuggono all’occhio attento della stessa ISTAT che denuncia la presenza di queste situazioni irregolari di  lavoro subordinato. Si assiste alla crescita di un picco disoccupazione, nella fascia tra i 25 e i 34 anni, dove sono più numerosi rapporti di lavoro a termine, somministrati o intermittenti. Tutto questo in Abruzzo si trasforma nella crescita di una “massa critica” irregolare. Di conseguenza il Report di Ronci, conferma quello che le rilevazioni statistiche Istat sull’occupazione fanno presagire. Basta pensare che  se si considerano quelli riferiti al mese di aprile rispetto al mese di marzo, in piena  crisi sanitaria emerge una caduta occupazionale pari al 2,1%  che, in valori assoluti si traduce in 274mila occupati in meno nel confronto con marzo.  Tutto si accentua  in Abruzzo dove i numeri, nonostante la citata crescita degli autonomi, raccontano che nel  IV trimestre 2019 gli occupati erano 500mila, mentre nel I trimestre 2020 diventano 478mila, quindi una flessione di 22 mila unità. Il tema è: in valore percentuale, in Abruzzo, gli occupati hanno segnato un decremento del 4,5% pari al triplo di quello nazionale che è stato dell’1,3%.  Come già detto in altre occasioni il sistema produttivo abruzzese è estremamente vulnerabile, così come l’assetto del Mondo del Lavoro. Scendono i lavoratori stabili, ma ben di più tempi determinati e, nascondendo situazioni irregolari, crescono addirittura gli autonomi e partite IVA. Nei prossimi mesi verificheremo, quello che già emerge a livello nazionale, cioè  i tempi determinati cadono, dimostrando, come previsto, che  i contratti a termine costituiscono il “polmone” con cui le imprese gestiscono in prima battuta l’eccedenza di mano d’opera. Tuttavia, se è vero che nel mese di aprile, i lavoratori per i quali è stata richiesta la Cassa Integrazione con motivazione COVID sono stati  circa il 40% dei lavoratori dipendenti: Cassa Integrazione che, per l’appunto, copre (o dilaziona) i rapporti di lavoro che cesseranno quando la copertura di CIG non ci sarà più e sarà scaduto il divieto di licenziamento stabilito dai DPCM. Un’idea di quella che potrebbe essere l’eccedenza di mano d’opera nei prossimi mesi può fornirla un altro dato: le ore lavorate complessive rispetto a 12 mesi fa sono diminuite dell’11,6%. Il che indica, seppure grossolanamente, un eccesso di forza lavoro che si aggira attorno al 10%, ossia in Italia circa 2.300.000 occupati tra dipendenti e autonomi. Naturalmente la ripresa, assicura Federmanager, già evidenzia alcuni sintomi che lasciano pensare  al  recupero di almeno una parte di questa eccedenza, ma la perdita di occupazione nei prossimi mesi sarà imponente. Pagheranno lo scotto  le fasce più deboli : lavoratori a termine e occupati a bassa professionalità, soprattutto nei settori più colpiti dalla crisi sanitaria, come commercio al dettaglio, turismo, ristorazione. Un problema che implica due risposte: sul piano del sostegno alla liquidità e alla capitalizzazione di imprese che, altrimenti, chiudono e sul piano del sostegno temporaneo al reddito e delle politiche finalizzate alla ricollocazione dei lavoratori che, alla fine, risulteranno in eccesso.  Ed allora se guardiamo ai dati diffusi dal professor Aldo Ronci possiamo osservare che la flessione si manifesta in agricoltura (-43,7%) pari al quintuplo di quella nazionale, alta anche quella nell’industria (-8,7%) pari a 22 volte quella italiana e nei servizi (-5%) pari a 10 volte quella nazionale. Consistente invece l’incremento nel commercio (+8,99%) in controtendenza con l’andamento nazionale (-2,6%). Aumentano, come abbiamo detto,  gli autonomi: ma fra loro sono moltissimi coloro che hanno rapporti precari di lavoro. Se a questo quadro inquietante dell’occupazione aggiungiamo i risultati dell’export, che sono stati anch’essi negativi, non si può fare a meno di notare che il sistema produttivo abruzzese si trova in crisi. A livello Istituzionale, per sostenere e rilanciare l’intero sistema economico regionale, si devono fare due scelte programmatiche prioritarie: infrastrutture e competitività. E queste sono le ricette classiche sulle quali ancora vagamente, la nostra Giunta Regionale, interviene con i cosiddetti “pannicelli caldi” pensando ad elargire risorse congiunturali, del tutto inadeguate  nella prospettiva più prossima. Bisognerebbe partire dalla constatazione che il mondo produttivo regionale è rappresentato dalle micro imprese ( il 96% del totale delle imprese)  ed impiegano il 55% degli occupati. Non è difficile capire che per  incrementare, stimolare e incentivare la competitività non basta mettere a disposizione fondi, che sono comunque indispensabili e importanti, ma bisogna mettere in atto iniziative e creare servizi capaci entrambi di sollecitare e attivare progetti di innovazioni. Una scelta obbligata per una regione che è caratterizzato dalle micro imprese, che pur presentando una spiccata capacità di adattamento sia alle condizioni economiche generali che a quelle settoriali, hanno, per problemi strutturali, una scarsa propensione all’innovazione utili alla conquista competitiva  dei mercati. Ma se è la dimensione l’elemento, che caratterizza  la nostra capacità produttiva si pone un tema di fronte ai gruppi dirigenti di questa regione, per liberarla dalla idea “salvifica” dei provvedimenti congiunturali e basta.  Da troppo tempo c’è scarsa attenzione alla qualità del lavoro  generato complessivamente nella nostra regione, visto che molte aziende hanno scelto assunzioni part-time, o a termine, creando occupazione a bassa retribuzione. Infatti anche la timida ripresa, degli anni passati, non ci ha riguardato e non hanno  non hanno migliorato lo stato di emergenza sociale, l’eccesso di impoverimento, anche quello per fare fronte al costo sanità ,ed il rischio  povertà.  Emerge la portata storica della resa all’idea di uno sviluppo legato all’indebolimento dei “costi del lavoro”, con al centro un livello salariale più basso. Nel frattempo il quadro di crescita fragile, la fase di indebolimento del tessuto industriale alleggerito, tra l’altro, dalle implacabili scelte  di fuoriuscita, dal contesto regionale di tutti i centri motori di ideazione, progettazione e di produzione dei grandi gruppi ex pubblici e dei centri di gestione dei flussi finanziari e creditizi. Redditi  ed occupati qualificati  in meno in virtù di un esodo, che ha reso povero di conoscenza l’Abruzzo, a favore di altri territori nazionali. Il chiaro risultato della mancanza di Unità regionale in una fase precedente legata alla ormai dimenticata Vertenza Abruzzo. Una regione che deve rivolgersi, con le spalle dritte, ai decisori nazionali ed al Governo Nazionale, chiedendo  di ricontrattare il proprio ruolo nel contesto nazionale. Una inversione utile, accompagnata da politiche capaci di conservare e rinforzare la storica ossatura industriale regionale, offrire lo spazio utile a nuovi progetti di investimento e sostenere la competitività delle imprese abruzzesi, facendo crescere la loro dimensione per un più robusto assorbimento di occupazione qualificata. Ora una cosa è chiara questa regione non si può accontentare di politiche di profilo basso e/o di piccola gestione ordinaria, non sono per niente sufficienti i provvedimenti assunti dalla Giunta regionale abruzzese che, fino ad adesso, non illustrano piani, progetti e programmi in grado di attrarre i grandi play della innovazione nelle  politiche industriali e dei grandi servizi. In concreto se il Presidente Conte parla del collegamento Pescara Roma, vuole dire che può iniziare un lavoro di sponda e che l’Abruzzo non vuole scherzare e bussa per partecipare alla distribuzione delle risorse che, per troppo tempo si sono spostate dal Sud al Nord.  Non è comprensibile il silenzio che circola sul Piano Sud , presentato dal Presidente Conte e dal Ministro Provenzano che hanno illustrato  l’intenzione di concretizzare una maggiore attenzione alla dotazione sociale, produttiva ed alle opere  infrastrutturale del Mezzogiorno. Non si vede molto entusiasmo  attorno alla firma del decreto istitutivo, da parte del ministro Provenzano, della ZES  un utile strumento, per attrarre investimenti e rafforzare la ripresa post Covid19.  È utile dire  che la ZES è un’area delimitata di una regione o di un territorio, nella quale si intravedono potenzialità di sviluppo. Ed è a questo scopo che sono previste le applicazioni delle  agevolazioni fiscali e amministrative. È da “gnomi” della politica non cominciare a parlare di come fare,  per attirare investimenti nazionali e stranieri. Attorno al sistema portuale regionale, del Porto di Ortona in particolare, da specializzare nella “marittimità”, cioè turismo,  logistica,  trasporti e scambi commerciali, quando cominciamo a realizzare coordinamenti, tra  autorità portuali e del sistema dei trasporti e della logistica. Ed è questo il primo punto per non togliere tempo al chiarimento, di cui si avverte il rischio, sul ruolo delle zone economiche speciali che non sono da confondere con altri strumenti utili alle politiche di sviluppo territoriali. Il Corona Virus è una grande tragedia, ma allo stesso tempo una imperdibile occasione perché  difficilmente  si potranno ripetere occasioni simili per invertire l’abbassamento della qualità sociale, economica e produttiva di una regione che, al contrario,  era stata definita “locomotiva del Sud” grazie al suo alto tasso di sviluppo.  È necessaria una regione che attrezzi se stessa per migliorare la sua capacità progettuale e realizzativa degli interventi pubblici e facilitare quelli privati, innovando anche la sua macchina amministrativa.  Il fine è quello di realizzare un contesto in grado di utilizzare tutti i mezzi a nostra disposizione come un diverso utilizzo delle fonti finanziarie e creditizie europee, nazionale e regionali. Bisogna invertire il valore negativo e riportare l’Abruzzo in vetta alle regioni del Mezzogiorno per crescita, sviluppo ed occupazione. Niente divagazioni cementiere, in conclusione, ma mettersi sulle piste  dei fondi del rilancio che l’Europa vuole indirizzare per la riconversione verde dell’economia. E dove se non in questo Abruzzo che Huffington Post (edizione USA) definisce  luogo da porre tra i cinque posti più belli del mondo. Ambiente e sviluppo, bellezza naturale ed organizzazione sociale.

IL MERCATO DEL LAVORO IN ABRUZZO nel I°  trimestre 2020. Effetti Covid19.