La dinamica delle imprese, la programmazione e la desertificazione industriale.

imprese artigiane in Abruzzo

Un quesito circola in Abruzzo. ma non riesce a trovare risposta nell’ambito politico ed istituzionale, per assenza del confronto alto sulle politiche economiche e programmatiche. Questa mancanza può essere determinata da pigrizia o disinteresse, ma anche ad una possibile mancanza di volontà politica di impegno su un terreno che si fa aspro ed impegnativo. A questo lascia pensare il contenuto dell’ultimo Report di Aldo Ronci LA DINAMICA DELLE IMPRESE ATTIVE IN ABRUZZO tra il 2013 e il 2020 che andando oltre il fornire dati, sull’andamento del numero delle imprese, si interroga sullo sviluppo e sugli strumenti di politica programmatoria in Abruzzo. Stiamo parlando, infatti di un periodo di 8 anni che contrassegna, senza il rischio di interpretazioni, la perdita di 2.701 imprese in Abruzzo , che, in valori percentuali. Ricorda il Report è stata pari a tre volte quella italiana. Naturalmente questo calo appartiene al settore artigiano, però colpisce scoprire a quali categorie appartiene, cioè: le costruzioni che flettono in misura doppia rispetto al valore medio nazionale; le attività di alloggio e ristorazione che crescono la metà di del valore medio italiano. Solo la Città di Pescara si presenta, nel periodo con 641 imprese in più in controtendenza con la decrescita nazionale grazie, però alla crescita, anche del commercio , modestamente, ma addirittura in controtendenza con il consistente decremento nazionale. Per gli economisti, così come per i politici, sindacalisti ed operatori delle Associazioni imprenditoriali, il dato da valutare, così come segnalato da Ronci è che il fenomeno del forte calo delle imprese caratterizza non solo i comuni montani ma anche 31 comuni non montani ubicati nella fascia costiera. Quindi l’attenzione non può che spostarsi sul fatto che i dati numerici al riguardo denunciano un fenomeno nuovo: il calo del numero delle imprese procede in parallelo con lo spopolamento che, in contro tendenza con i decenni precedenti , ha interessato i comuni non montani siti nella fascia costiera. Il punto di riflessione, dove vuole incunearsi l’insistenza di Ronci, riguarda la validità della filosofia, sottesa alla logica programmatoria attuata nel periodo. Cioè regge la tradizionale distinzione dell’Abruzzo tra zona interna e zona costiera ? Oppure, non è forse meritevole di maggiore attenzione, la circostanza che, alla crescita della Città di Pescara, sempre più attrattiva per le attività economiche, faccia riscontro il decremento delle attività nei comuni costieri limitrofi e il forte calo dei 31 comuni non montani? Da approfondire restano le considerazioni successive che suscitano i dati del report cioè la opportunità da parte della Regione di adottare lo strumento dell’Agenda Urbana a discapito di un percorso di sviluppo armonico ed equilibrato di tutto il territorio Abruzzese mediante la creazione delle Aree Funzionali Urbane. Ne abbiamo già parlato con un articolo dal titolo: AREE URBANE FUNZIONALI RIFERIMENTO PER ZES E RECOVERY PLAN. Una riflessione, sugli strumenti di programmazione utili allo scopo di ridisegnare una strategia programmatica per lo sviluppo armonico della regione che oggi deve essere accompagnata da una:

  1. verifica attenta sulla qualità delle imprese ancora in opera;
  2. indagine sul perché della chiusura delle imprese, soprattutto in questo ultimissimo  periodo di marcato sostegno, a causa della crisi sanitaria , da parte del Governo;
  3. analisi conoscitiva dell’azione del credito nella nostra regione, che appare sempre più interessato a drenare risorse, per riallocarle in altri luoghi fuori dall’Abruzzo.

Verifica, indagine e analisi conoscitiva condotte e portate avanti dall’Esecutivo regionale , per scoprire le necessità del sistema delle imprese abruzzese utili alla ripersa della loro vitalità per riassumere il compito della crescita qualitativa della occupazione regionale. Ma competitività ed innovazione, non possono essere concetti astratti, ma frutto di una determinazione politica anche nel confronto con il Governo e Stellantis. Il tema è “ricontrattare” le necessità abruzzesi un materia di partecipazione nell’indotto del settore dei trasporti. Le nostre imprese di subfornitura sono già un boccone gustoso da spolpare, da quel colosso di Network Subfornitura creato dalle Camere di Commercio di Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli VG, Toscana, Emilia Romagna e Umbria, struttura operativa che , ad esempio, ha consentito al solo Veneto, nel 2021, esportazioni per oltre 2 miliardi di euro verso la Polonia. Di conseguenza è giunto il punto di esaminare, anche da parte dell’Abruzzo, dal suo Esecutivo Regionale, dalle Confederazioni sindacali regionali in testa e dal sistema della rappresentanza imprenditoriale le possibilità residue di presenza nell’indotto. È necessario darsi un progetto infrastrutturale e di servizio per perseguire anche attraverso le relazioni di collaborazione: benefici economici, apprendimento e innovazione, status e legittimazione, efficacia, e internazionalizzazione. Ecco il punto. Bisogna individuare un percorso per recuperare il ritardo rispetto ad altre realtà già molto in avanti rispetto a noi. Allora bisogna insistere, come fa la FIOM regionale, sulla proposta di fissare una norma impegnativa in grado di introdurre una clausola di stabilità sociale. Dire con chiarezza che quando lo Stato distribuisce incentivi e finanziamenti, non elargisce regali ai gruppi finanziari ed industriali, ma diventano investimenti, che seppure provocano debiti alla società, e quindi a tutti i contribuenti, devono essere finalizzati ad elevare il benessere sociale. Ed in questo disegno la nostra regione deve rientrare. Al contrario in Abruzzo si continua ad operare con Accordi di Espansione, dove le assunzioni e stabilizzazioni sono solo un terzo del totale degli occupati accompagnati verso la quiescenza. La nostra è una Regione che già esplicita condizioni di basso sviluppo, martoriata da decenni di PIL basso, per cui restare appesi alle decisioni unilaterali dei gruppi multinazionali, significa dare per scontato che il conto lo pagheranno i lavoratori. Allora è d’obbligo un cambio di passo, per bloccare la strisciante politica di Autonomia Differenziata, che è già stata letale per la organizzazione sanitaria, per l’istruzione e per i servizi sociali delle aree meridionali, come la nostra. Se ad essa si aggiunge una politica di Autonomia Differenziata anche sul piano del sistema produttivo che già sta trasferendo risorse ed attività nel nord italiano e con le delocalizzazioni in altri luoghi dell’Europa, vuole dire che diamo per scontata un avvio verso la fase di sotto sviluppo.

Relazione del Dott. Aldo Ronci : LA DINAMICA DELLE IMPRESE ATTIVE IN ABRUZZO tra il 2013 e il 2020