Dispensa su competenze nella sanità. Una domanda sulle Zone Rosse

STATO-REGIONI

Video su : Dettato Costituzionale e Zone Rosse

La mancata conoscenza di nozioni, sulla gestione della sanità, da parte della grande parte della opinione pubblica, consegna a larga parte della informazione italiana un potere straordinario. Proprio in questa fase di emergenza, introdotta dalla Pandemia in corso, sarebbe stata utile una opera di formazione-informazione  in corso sulle competenze degli organi ed istituzioni dello Stato per poter stabilire meriti, responsabilità e colpe. Ma l’ammucchiata della informazione, digitale-stampata e televisiva, è stata  in grado di “ammorbare”  la cosiddetta comunicazione pubblica, per poi imporre le “opinioni” di editori in chiaro conflitto di interessi o desiderosi di soluzioni politiche più ossequiosi ai desiderata dei proprietari  dei “giornaloni” italiani. Creare confusione per rendere incomprensibili le cose semplici come quelle delle  competenze dei vari enti, in materia sanitaria. Eppure le  competenze previste dalla Costituzione sono semplici. Infatti in ordine è possibile regolarsi senza fatica.  Il Dettato costituzionale all’Art. 32.1 recita, che: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Tutto si traduce in  due aspetti:

  1. a) la salute come diritto fondamentale (unica volta in cui la Costituzione usa il termine “fondamentale” in questo modo);
  2. b) la dicitura “la Repubblica” e non “lo Stato”, ad indicare come la Repubblica nel suo insieme debba garantire questo diritto.

Il sistema ad Arlecchino su base regionale, voluto dai legislatori italiani, trae origine dall’articolo 117 che ha posto, al comma 3, la tutela della salute tra le materie concorrenti, ovvero tra quelle materie in cui la competenza è sia dello Stato che delle regioni. Mentre al secondo comma si ribadisce che lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie: m) determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”. La sanità chiaramente rientra tra i diritti sociali. Altri punti cruciali sono:

– ancora l’articolo 117.6 (che attribuisce allo Stato la potestà regolamentare sulle materie di legislazione esclusiva salvo delega alle regioni, alle regioni la potestà regolamentare su ogni altra materia e a comuni, province e città metropolitane la potestà regolamentare sullo svolgimento delle funzioni loro attribuite);

– l’articolo 120.2 (in cui in particolari situazioni si dà allo Stato il potere di sostituirsi agli altri enti territoriali).

Lo Stato ha essenzialmente due compiti: quello di garantire i Livelli Essenziali d’Assistenza (per comodità “LEA”) e quello di disporre la ripartizione dei fondi per le regioni. Fondi, assegnati alle regioni, che finanziano la sanità regionale.
In caso di rientro dal deficit sanitario lo Stato può nominare dei commissari ad acta, in tal caso la regione non potrà interferire con il suo operato (Corte Cost. n.260/2012). Quindi se da una parte il finanziamento della sanità è materia regionale, dall’altra questi finanziamenti debbono rientrare in un’ottica collettiva di contenimento del deficit. Un percorso ideato grazie all’impulso forte che emerge a partire dal 2008, (Governo Berlusconi che portarono al successivo Governo Monti subentrato nell’anno 2011) dove l’Italia ha conosciuto una nuova e gravissima crisi economica giunta fino al punto da contemplare l’idea di rinunciare a qualche grado di universalità, uguaglianza e globalità. (Nota1 *)

Temi sui quali lo Stato interviene con atti di indirizzo programmatorio, nelle fasi di verifica dei LEA e in sede di distribuzione e ripartizione dei Fondi. L’azione spetta alle Regioni, se non sottoposte al regime di Piani di Rientro.

Le regioni Le responsabilità maggiori , quindi, ricadono certamente sulle regioni. Infatti Queste all’interno del proprio territorio debbono gestire la sanità tramite le Aziende Sanitarie Locali (ASL) e le Aziende Ospedaliere (AO), di cui debbono decidere l’organizzazione e la distribuzione. Ricade sulle regioni inoltre il finanziamento della sanità al fine di raggiungere quanto meno i LEA e, solo se ci si trova in equilibrio finanziario, eventualmente integrarli con prestazioni ulteriori. Essendo le ASL dotate di una certa autonomia gestionale, è inoltre compito delle regioni controllarne l’operato e agire anche sulla base dei risultati da queste conseguite (sempre nei limiti dei principi generali fissati dallo Stato).

Aziende Sanitarie Locali, Aziende Ospedaliere e IRCCS Le ASL hanno una competenza su un determinato territorio (generalmente corrispondente alla provincia), è loro compito garantire e organizzare l’erogazione dei servizi previsti dai LEA, assicurare il buon funzionamento di questi e ricevere i reclami. Per adempiere a queste funzioni possono erogare direttamente i servizi sanitari (ricorrendo a strutture proprie) o creare delle convenzioni (chiamate “committenze”) con fornitori privati. Il finanziamento delle ASL avviene sulla base della popolazione di riferimento. Compito delle Aziende Ospedaliere è invece solamente l’erogazione dei servizi, il loro finanziamento avviene a prestazione. Vi sono inoltre gli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS): ospedali di eccellenza (pubblici o privati) che oltre all’attività assistenziale svolgono ricerche in campo biomedico usufruendo di finanziamenti statali aggiuntivi finalizzati alla ricerca.

Infine i comuni partecipano, seppur marginalmente, tramite le prestazioni sociali a categorie quali persone con disturbi mentali o persone non autosufficienti. A tali obblighi adempiono sia con personale proprio che con partecipazioni agli oneri. Inoltre spesso i comuni esercitano pressioni sulle regioni affinché i loro territori abbiano una copertura e delle prestazioni maggiori.

La lettura di questo memorandum può aiutare chi volesse chiarire a se stesso dove vuole arrivare la “congrega” Salvini e CDX, la stampa filo leghista e i supporter del duo “Governatur – Gal(l)era”.

L’accozzaglia, per usare un termine tanto caro a Renzi,  usa la documentazione messa a disposizione per consentire una attenta lettura e restituire “serenità” utile ad una altrettanta serena “opposizione (si fa per dire)”.

Quindi competenze e zone rosse, aiutano a fare capire cosa doveva fare Conte e cosa dovevano fare Fontana, Gal(l)era,  Sala e  Gori. Ma i tapini, fomentano il contrario, aiutati dai giornaloni e dalle improvvide dichiarazioni degli sprovveduti politici (Meloni e Salvini) , all’epoca  troppo impegnati a minacciare , protestare e rivendicare l’esatto contrario. Salvini parla di ritardi nel prendere provvedimenti, dichiara il suo turbamento nel sapere che il Governo aveva tenuto nascosto un documento, scritto e conosciutissimo dai suoi amici di Gal(l)era ed altrioltre. È terribile che giornalisti , molti si annidano nei rotoloni di carta igienica del CDX o di Huffington Post, ma anche editorialisti dei giornaloni non sappiano che oltre alle “scemaggini” salviniane sulle more, del “colpevolissimo” Governo Conte , prima reo di ubbidire ai diktat del CTS, ma oggi reo di non averlo fatto, ci sono infatti anche un decreto legge (del 23 febbraio di quest’anno), una legge ordinaria ( del 23 dicembre 1978 ), un decreto legislativo (del 31 marzo 1998) e una legge costituzionale (del 18 ottobre 2001 ).

Siamo costretti a parlare dell’articolo 1 del decreto legge del 23 febbraio 2020 n. 6 e seguenti intitolato “Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19”.

Si  prescrive che: “Allo scopo di evitare il diffondersi del COVID-19, nei comuni o nelle aree nei quali risulta positiva almeno una persona per la quale non si conosce la fonte di trasmissione o comunque nei quali vi è un caso non riconducibile ad una persona proveniente da un’area già interessata dal contagio del menzionato virus, le autorità competenti , con le modalità previste dall’articolo 3, commi 1 e 2, sono tenute ad adottare ogni misura di contenimento e gestione adeguata e proporzionata all’evolversi della situazione epidemiologica”.

L’articolo 2 dello stesso decreto legge, articolo intitolato “Ulteriori misure di gestione dell’emergenza”, prevede inoltre che:  “1. Le autorità competenti , con le modalità previste dall’articolo 3, commi 1 e 2, possono adottare ulteriori misure di contenimento e gestione dell’emergenza, al fine di prevenire la diffusione dell’epidemia da COVID-19 anche fuori dei casi di cui all’articolo 1, comma 1”.

Veniamo ora ai citati commi 1 e 2 dell’articolo 3, intitolato “Attuazione delle misure di contenimento”. I due commi prescrivono quanto segue:

“Comma 1. Le misure di cui agli articoli 1 e 2 sono adottate, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro della salute, sentiti il Ministro dell’interno, il Ministro della difesa, il Ministro dell’economia e delle finanze e gli altri Ministri competenti per materia, nonché i Presidenti delle regioni competenti, nel caso in cui riguardino esclusivamente una regione o alcune specifiche regioni, ovvero il Presidente della Conferenza delle regioni e delle province autonome, nel caso in cui riguardino il territorio nazionale.

Comma 2. Nelle MORE dell’adozione dei decreti del Presidente del Consiglio dei ministri di cui al comma 1, nei casi di estrema necessità ed urgenza le misure di cui agli articoli 1 e 2 possono essere adottate ai sensi dell’articolo 32 della legge 23 dicembre 1978, n. 833, dell’articolo 117 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, e dell’articolo 50 del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, approvato con decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267. Le misure adottate ai sensi del presente comma perdono efficacia se non sono comunicate al Ministro della salute entro ventiquattro ore dalla loro adozione”. Ma ci vuole uno specialista per chiarire che in caso di ritardi ( le famose more o ritardi  da parte del capo del governo), anche ALTRE autorità potevano adottare, senza nemmeno richiamarsi al Decreto sopra illustrato, ma in ossequio a leggi esistenti – “nei casi di estrema necessità ed urgenza”, quali erano sicuramente i casi della Val Seriana e di Bergamo – le misure ritenute più opportune. Vale a dire: “ogni misura di contenimento e gestione adeguata e proporzionata all’evolversi della situazione epidemiologica”.

Per i più distratti, dobbiamo richiamare il contenuto della  LEGGE ORDINARIA , a quell’ Articolo 32 della Legge n. 833/1978 che, si noti bene, istituisce il Servizio Sanitario Nazionale e quindi  dovrebbe essere conosciuta da Salvini, Meloni Fontana e dalla cattiva compagnia di Gal(l)era  della Regione Lombardia:

“(Funzioni di igiene e sanità pubblica e di polizia veterinaria)” Il Ministro della sanità può emettere ordinanze di carattere contingibile e urgente, in materia di igiene e sanità pubblica e di polizia veterinaria, con efficacia estesa all’intero territorio nazionale o a parte di esso comprendente più regioni.

  Ma nelle stesse materie il presidente della giunta regionale o il sindaco  può emettere ordinanze di carattere contingibile ed urgente, con efficacia estesa rispettivamente alla regione o a parte del suo territorio comprendente più comuni e al territorio comunale.

La conseguenza è che il “colpevole” ritardo del Governo Conte, forse il chiudi e riapri dei Pronto Soccorsi non erano note a Roma. Un esempio è quel Pronto Soccorso che scopriremo focolaio per tutta la Val Seriana . Tutto con il favore della penombra.  In conclusione , come da noi già affermato e pubblicato, in forza dell’articolo 32 che sia i presidenti di Regione, come il leghista Attilio Fontana presidente della Lombardia, che i sindaci come Giuseppe Sala sindaco di Milano,  Giorgio Gori sindaco di Bergamo e i loro colleghi della Val Seriana le zone rosse potevano benissimo deciderle loro dove ritenevano più opportuno. Ma  NON lo hanno fatto e tutti insieme a gridare che è  colpa dei ritardi del Ministro Speranza o di Conte. Ma era lo stesso coro che qualche giorno prima gridava contro qualsiasi ipotesi di chiusura di molte attività. Ma anche il capo della Lega riesce nel periodo dei ritardi (le cosiddette  more del Presidente) ad esibirsi su FB con due riuscitissimi Video. Il primo 22 Febbraio dove chiede di blindare, sigillare e chiudere per metter il paese in totale sicurezza, mentre nel secondo Video , dopo pochi giorni il 27 Febbraio invoca la riapertura di tutto e di riaprire tutto quello che si può riaprire. Naturalmente in quei giorni nei Pronti Soccorso Lombardi accadeva di tutto.

Ed allora a prescindere dalle possibili di intervento previste dal DECRETO LEGISLATIVO n. 112/1998, che in caso di emergenze sanitarie  o di igiene pubblica a carattere esclusivamente  locale  le  ordinanze  contingibili  e  urgenti  sono adottate dal  sindaco,  mentre spetta  allo  Stato  o  alle  regioni  in  ragione  della  dimensione dell’emergenza  e dell’eventuale  interessamento  di   più  ambiti territoriali regionali.  Una volta “scoperto” che i singoli sindaci di Milano, Bergamo e Val Seriana, ma soprattutto la Regione Lombardia, considerata che la materia è sanitaria, le zone rosse nei territori di propria competenza potevano – e dovevano – dichiararle loro. Eppure, Zaia Presidente della regione Veneto non transige sul punto, invoca una  LEGGE COSTITUZIONALE,  soprattutto su una materia che ha fatto fa sognare il leghismo nostrano.

Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 248 del 24 ottobre 2001.

Una Legge che ha piegato, coartandolo, l’articolo 117 della nostra Costituzione specificando che 17 argomenti, debitamente elencati, sono prerogativa delle leggi dello Stato mentre altri 20 -compresa la tutela della salute e il governo del territorio – sono “materie di legislazione concorrente”,  dove l’espressione “legislazione concorrente” indica la normativa disciplinante una certa materia di competenza sia statale che regionale contenuta nella Costituzione.

Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato”.

Dicono i leghisti (ma è Zaia, e non Salvini, il competente in materia) sottolineandolo  continuamente che: Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa. Infatti  solo una voglia politica di pura demagogia, può alimentare questo gioco alla confusione quando ci si riferisce al quadro di competenze amministrative tra Stato, Regioni ed Enti locali nell’istituzione delle c.d. zone rosse. Anche l’ammissione dell’Assessore regionale Gal(l)era che, in un momento di sobria, sincerità confessa di non essere stato molto preciso ed attento in materia di applicazione delle regole della sanità . visto che “la zona rossa poteva essere istituita dalla Regione”. L’Assessore Insomma, ci fa sapere che la cosa gli era sfuggita, trascurando, il quadro normativo nazionale che dona alle Regioni un potere rafforzato sulle emergenze sanitarie.

Quindi se ci trovassimo in Finlandia, nazione al primo posto per libertà di stampa, saremmo informati sullo stato reale delle cose, purtroppo  l’Italia si trova nella parte bassa della classifica seguita, tra i Paesi UE, unicamente da Grecia e Bulgaria, di conseguenza la mancata applicazione di una legge , voluta dai Leghisti, che in questa fase ha pr0vocato solo confusione ed incertezze sarebbe il sigillo, cioè la chiusura – o lockdown che dir si voglia – definitiva e permanente per le bare politiche di Fontana, Gal(l)era, Sala, Gori e sindaci vari della Val Seriana.

In conclusione, tutti dobbiamo prendere atto che la semplice accusa al  Governo di avere preso decisioni con lentezza, non assolve chi sul territorio per conoscenza e necessità doveva e poteva agire, con i poteri già in essere. I cattivi insinuano che non hanno avuto il coraggio perché gli operatori ed imprenditori del luogo erano assolutamente contrari. Un fatto che non assolve ma aggrava le responsabilità

Eppure già  il D.L. n. 6/20 lasciava  impregiudicati, in caso di estrema necessità e urgenza, i poteri per fronteggiare l’emergenza sanitaria di cui sono titolari le Regioni e anche i Sindaci ,  compreso, quelli di creare ulteriori zone rosse rispetto a quelle statali, onde limitare la circolazione dei cittadini. E non è un caso che alcune Regioni italiane, successivamente all’istituzione di zone rosse ad opera del DPCM 1 marzo, abbiano preferito muoversi in maniera autonoma rispetto allo Stato, istituendo ad hoc alcune zone di emergenza sanitaria. Una soluzione, questa, adottata proprio per fronteggiare il pericolo di contagio che caratterizzava alcune aree circoscritte nel territorio regionale (tra le altre, Ordinanza Presidente G.C. Campania 15 marzo 2020 n. 17, Ordinanza Presidente G.R. Calabria 22 marzo 2020 n. 16).

Però attenzione perché abbiamo letto che l’istituzione della zona rossa nella Bergamasca avrebbe dovuto essere “una decisione governativa”. Parole dette dal  procuratore capo Maria Cristina Rota ai microfoni del Tg3. Naturalmente c’è da chiedersi perché il procuratore capo che sta indagando, anziché accertare i fatti senza condividere le prime considerazioni con la stampa, rilasci simili dichiarazioni proprio alla stampa. Aggiungendo poi: “Si tratta di indagini lunghe e complesse che richiederanno tempo”. Se si tratta di indagini lunghe e complesse come mai si è già giunti alla conclusione che era una decisione governativa? Fortuna che sono indagini lunghe e complesse. Fossero state brevi, saremmo già alla sentenza. Ma questa ultima citazione rispetto ad una vicenda che si rende confusa, è l’occasione per farci, dopo le citazioni del Memorandum, una domanda. E’  vero che l’istituzione delle zone rosse nella prima fase dell’emergenza spettava al Governo? No. Ci soccorre il ricercatore di diritto amministrativo dell’Università di Milano Stefano D’Ancona “è in capo al Ministero della Salute, al presidente della giunta regionale e al sindaco, la competenza ad adottare ordinanze urgenti tramite ordinanze libere in materia di igiene e sanità pubblica. (art.32 c.3, L.833/78)”. Se poi l’emergenza sanitaria può riguardare il paese intero e dunque sconfinare in altre regioni, può intervenire il Governo, ma in sostanza rimane invariata la possibilità delle regioni di istituire autonomamente “zone a contenimento speciale”. E in effetti il Governo, nel suo decreto legge n. 6 del 23 febbraio 2020, ha determinato il potere di istituire zone a regime speciale (cosa che per esempio ha fatto con Vo’ e Codogno). Tale decreto legge però, non negava né limitava la possibilità sia per le regioni che addirittura per i singoli comuni di istituire delle zone rosse o arancioni. Quindi, la Regione Lombardia poteva prendere decisioni autonome sulla chiusura di Alzano e di altri comuni, senza attendere necessariamente le decisioni del governo. E ciò in qualunque momento.

  • Nota 1 di riflessione sul prezzo della salute. Ma come interpretare la difficile relazione che intercorre tra esigenze di bilancio e necessità di assistenza che richiedono spesa pubblica? Infatti il rapporto spesa sanitaria/PIL equivale in una logica economica al “prezzo della salute” (una sorta di prezzo amministrato), perché rappresenta il punto d’incontro tra domanda e offerta nei servizi Lo Stato fissa un budget sanitario pre-determinando il livello della domanda effettiva mentre le Strutture Sanitarie, avendo un limite ai propri ricavi nel budget medesimo adeguano  l’offerta allo stesso  valore economico. Quindi se l’equilibrio economico in un’attività̀ produttiva presuppone che i costi di produzione non possono eccedere i ricavi, l’effetto tetto del budget sanitario pubblico incide sulle logiche di produzione. Il tetto, quindi impedisce un incremento di attività determinando, inevitabilmente, un peggioramento quantitativo o qualitativo del servizio prodotto.  I soloni della informazione e della politica trascurano la circostanza che, rispetto agli altri  Paesi emerge chiaramente, la spesa sanitaria in Italia è da anni ai limiti del sottodimensionamento. Nel 2019, dopo tagli e ritagli, per la prima volta un Governo prevede un incremento della spesa, da accompagnare con il superamento :
  • Del sottoutilizzo di interventi sanitari efficaci, da valutarsi secondo evidenze scientifiche ;
  • Del sovrautilizzo di interventi diagnostici e terapeutici;
  • Delle tecnologie sanitarie acquistate a costi eccessivi;
  • Delle frodi , abusi e complessità amministrativa;
  • Dell’inadeguato coordinamento dell’assistenza tra ospedale e

Nota 2 di riflessione. Zone Rosse autonome

A dimostrazione dell’indipendenza delle regioni sulle decisioni inerenti le chiusure di zone considerate focolai, si ricorda che nei mesi di marzo e aprile 2020 in Italia sono state istituite ben 117 zone rosse e arancioni. E a parte Vo’ e la zona di Codogno, le chiusure sono state predisposte tutte tramite ordinanze regionali. Già il 15 marzo, per dire, in Campania Vincenzo De Luca ha chiuso Ariano Irpino aggiungendo poi Saviano e Paolisi. Tra marzo e aprile il governatore della regione Abruzzo Marsilio ha chiuso ben 12 comuni (Arsita, Bisenti, Castiglione Messer Raimondo, Castilenti, Montefino, Civitella Casanova, Elice, Farindola, Montebello di Bertona, Penne, Picciano, Contrada Villa Caldari di Ortona). Cinque i comuni diventati zona rossa in Molise, 4 in Sicilia, 5 nel Lazio, 4 in Basilicata, ben 11 in Calabria (Oriolo, Torano, San Lucido, Melito Porto Salvo, Montebello Jonico, Cutro , Rogliano, Bocchigliero, Serra San Bruno, Fabrizia, Chiaravalle Centrale), una in Umbria (Giove. Discorso a parte poi lo merita l’Emilia Romagna in cui sono state istituite 70 zone arancioni (le province di Rimini e Piacenza con i loro comuni e frazioni) e un’unica zona rossa (Medicina, con la frazione di Ganzanigo). A quanto pare, solo Gal(l)era, ma solo a stalla aperta divenuto consapevole,  e Fontana non sapevano di poter chiudere Alzano e perché no, magari anche Orzinovi e vari comuni del bresciano in cui il Coronavirus ha fatto un’autentica strage.

In compenso, hanno aperto le Rsa. Quella libertà di azione non gli è sfuggita, purtroppo. Magari al procuratore Rota non sfuggirà che non è certo colpa del Governo anche il Trivulzio, ma è necessario scartabellare qualche delibera regionale lombarda.