Sanità Abruzzo nel Rapporto Censis 2016 XII RBM.

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Le riflessioni pubblicate rappresentano il tentativo di analizzare la situazione sanitaria abruzzese sulla base dei grafici e della elaborazioni contenute nel “Rapporto Censis 2016 XII RBM”. La nostra sintesi si limita a sottolineare gli aspetti più rilevanti che il Rapporto illustra con l’ausilio di grafici e tabelle. Naturalmente è obbligatorio citare RBM che, fornendoci lo studio , ci mette a disposizione uno strumento che consente la realizzazione di questo estratto di pensiero sulle criticità della sanità abruzzese. Coloro che sentono il desiderio di approfondire e verificare il valore dei dati elaborati possono farlo attraverso la lettura del citato Rapporto sul sito Censis .

La situazione della Spesa Sanitaria.
Per avere un quadro della Spesa Sanitaria in Italia basta il Grafico 1 del rapporto.
Emerge che la spesa sanitaria pubblica, dopo la brusca contrazione tra il 2013 ed il 2014, è rimasta sostanzialmente stabile tornando a riallinearsi a valori prossimi a quota 110 miliardi di Euro che ne hanno caratterizzato il livello nell’ultimo decennio.
Nel contempo la spesa sanitaria privata si è consolidata ormai da più di 7 anni oltre quota 30 miliardi di Euro confermandosi come una componente strutturale del modello di accesso alle cure degli Italiani. Nell’ultimo triennio (2013-2016), la spesa sanitaria privata registra un tasso di crescita del 4,2%, maggiore peraltro anche al tasso di crescita dei consumi privati delle famiglie (che si è attestato al +3,2%). Emerge, inoltre, che ciascun Italiano, aggiunge di fatto, al finanziamento per il Servizio Sanitario Nazionale (attuato, come noto, attraverso la fiscalità generale, per un ammontare pro capite di 1.867,83 Euro) un contributo aggiuntivo a proprio carico pari mediamente a 580 Euro pro capite ovvero a poco meno di 2.000 Euro (1.966,91 Euro) per ciascun nucleo familiare. Quindi il nostro paese con questi numeri esplicita un significativo sottofinanziamento della propria spesa sanitaria strutturalmente collegato alla dinamica della spesa sanitaria pubblica. RBM coglie l’occasione per fare emergere la necessità di una nuova gamba di garanzia per la tutela della salute: quella assicurativa.* (1) La considerazione nasce dalla osservazione dei dati contenuti, nel già citato rapporto(Grafico2) dove si può leggere che la spesa sanitaria pubblica in Italia è cresciuta in media dell’1% annuo contro un +3,8% degli altri Paesi dell’Europa a 14. Nei successive Grafici 3 e 4 risultano di particolare interesse le evidenze che emergono dal rapporto tra spesa sanitaria pubblica e PIL dell’Italia, infatti, è sceso dal 7% del 2010 al 6,5% del 2016 a fronte di un trend assolutamente inverso registrato negli altri Paesi dell’Europa a 14 dove il rapporto tra spesa sanitaria pubblica e PIL nel medesimo periodo è cresciuto dall’8% all’8,3%.
(1) Nell’ultimo decennio si è registrato un progressivo arretramento del finanziamento pubblico in sanità che ha richiesto nei fatti ai cittadini ed alle loro famiglie di sopportare direttamente una quota crescente delle proprie spese per accedere alle cure.
La proposta di lavoro di RBM è concretamente volta ad indicare una strada utile ad evitare l’impoverimento provocato dalle spese sanitarie, situazione fortemente presente nella nostra regione secondo indagini di istituti specializzati e denunce di organizzazioni dei consumatori.
Qualità dei Sistemi Sanitari Regionali
Le evidenze già emerse nei precedenti Rapporti RBM – Censis hanno confermato chiaramente la stretta correlazione tra qualità ed accessibilità delle cure e livello di finanziamento garantito al sistema sanitario. Per L’Abruzzo, facendo riferimento al Grafico 5 ( rapporto tra lo stato di salute della popolazione e spesa sanitaria per cittadino) emerge una bassa performance con un indice di buona salute pari a 5,1/10 , mentre , ad esempio la Regione Marche presenta un indice di buona salute 6,8/10 e spesa sanitaria pro capite di 2.325,93 Euro).
In conclusione la qualità del nostro sistema regionale è posta, dalle indagini, solo al di sopra di tutte le altre Regioni del Sud, con la sola esclusione del Molise.

Accessibilità dei Sistemi Sanitari Regionali
Nel Grafico 5 Bis si evidenzia il rapporto tra tempi medi di attesa per prestazione e spesa sanitaria per cittadino. Emerge negativamente la cenerentola Abruzzo con i suoi 70 gg. medi di attesa e una spesa sanitaria pro-capite pari a ca. 2.200 Euro, con performance lievemente superiore alla Campania, Sicilia, Calabria e Puglia. Nessun paragone è possibile con le Regioni Veneto (tempo medio di attesa 33,69 giorni e spesa sanitaria pro capite di 2.537,87 Euro) ed Emilia Romagna (tempo medio di attesa 35,63 giorni e spesa sanitaria pro capite di 2.556,21 Euro).

Gli Italiani e le spese per la salute.
Un numero crescente di Italiani ha avuto difficoltà nel pagare spese sanitarie “Out of Pocket”; fenomeno, peraltro, che si caratterizza per:
– la sua marcata regressività (dal momento che la quota di persone a basso reddito è quadrupla rispetto a quella delle persone benestanti);
– la forte territorializzazione (le persone in difficoltà per le spese sanitarie private a Sud, infatti, sono più del doppio di quelle registrate al Nord).
Non è da trascurare il fatto che oltre il 50% di coloro che ricorrono alla sanità privata lo fanno principalmente per via della scarsa accessibilità (liste di attesa, difficoltà logistiche legate alle strutture sanitarie pubbliche, problemi organizzativi di compatibilità tra i propri tempi di lavoro/vita e fruibilità delle prestazioni presso le strutture sanitarie pubbliche; inoltre una quota parte della spesa computata nella spesa “Out of Pocket” (circa 3,3 miliardi l’anno), è riconducibile ai ticket a carico dei cittadini.

Quote di universalismo perdute dal Servizio Sanitario Nazionale
Se venisse chiesto a chiunque di noi di valutare un sistema sociale nel quale la soddisfazione di uno o più diritti primari è subordinato alla propria capacità reddituale ovvero alla possibilità più o meno ampia di ciascuno di mettere mano al portafoglio, il coro di condanna sarebbe unanime. La nostra coscienza verrebbe immediatamente turbata dallo spregio di alcuni capisaldi della nostra Carta Costituzionale quali l’uguaglianza di tutti i cittadini, il diritto alla salute e la progressività dell’imposizione ai quali siamo stati educati e che abbiamo completamente interiorizzato.
Chi fa le spese di questo altanelante sistema sanitario pubblico in definitiva sono i cittadini che, al di là di qualsiasi analisi valoriale, vedono quotidianamente ridursi la capacità assistenziale del Servizio Sanitario Nazionale e si trovano, sempre più spesso, a dover mettere mano al proprio portafoglio per potersi curare in tempi e modi compatibili con le proprie esigenze di vita. In questo contesto, naturalmente, chi non può ricorrere alle proprie risorse, “semplicemente” differisce le cure o, ancor peggio, è costretto a rinunciarvi. È così che, giorno dopo giorno, il nostro Servizio Sanitario Nazionale ha perso di fatto quote importanti di universalismo, contraddicendo la sua funzione storica di strumento di coesione sociale e rimanendo esposto ad un contingentamento progressivo delle risorse che ha creato delle disuguaglianze territoriali socialmente inaccettabili. Nel 2016 il Servizio Sanitario Nazionale ha di fatto «espulso» 12,2 milioni di cittadini, circa il 20% dei suoi assistiti, che hanno dovuto rinunciare alle cure. Si tratta di un dato assolutamente preoccupante sia per la sua entità sia per il suo trend di crescita che rischia di minare le basi stesse del sistema sanitario pubblico del nostro Paese. Negli ultimi 10 anni la capacità assistenziale del S.S.N. si è contratta dal 92% (nel 2006) al 78% (nel 2016) e a farne le spese sono stati prevalentemente i cittadini più fragili, i malati (in particolare, i cronici), quelli a redditi basso, le donne ed i non autosufficienti. Il dato considera tutti quei cittadini che abbiano rinunciato nel corso dell’anno ad almeno una prestazione sanitaria e comprende anche le cure odontoiatriche, le prestazioni socio-sanitarie e socio-assistenziali. Nel numero dei cittadini “espulsi” sono altresì ricompresi i cittadini che abbiano dovuto nell’anno rinunciare totalmente alle cure. L’assenza di un intervento strutturato sulla gestione della spesa sanitaria privata e la necessità di innalzare per ragioni di finanza pubblica il valore dei ticket ha finito per incrementare il numero del fenomeno delle cure rinunciate per motivi economici con impatti rilevanti anche nel campo dell’equità

Sanità e Territorio
Composizione della Spesa Sanitaria nelle Regioni italiane
La Sanità in Italia è sempre più diseguale ed uno dei driver principali di questa disparità è proprio il rapporto con il territorio. In pochi anni di “federalismo sanitario”, complice anche la crisi economica congiunturale che ha attraversato l’economia globale, le differenze tra le diverse Regioni italiane sono cresciute in modo significativo non solo sul piano economico (ammontare dei ticket, costi della spesa sanitaria privata), ma anche a livello sociale e sul piano dell’accessibilità alle cure. Ed ora, in una osservazione di medio termine, iniziano a rilevarsi anche i primi impatti negativi in termini di stato di salute e longevità dei cittadini. Un’ulteriore conseguenza di questa situazione è la ripresa del fenomeno delle
migrazioni sanitarie che nel 2016 ha riguardato oltre 1,7 milioni di italiani costretti a spostarsi in un’altra Regione per ottenere le cure di cui avevano bisogno e che a livello economico vale quasi 4,3 miliardi.
Spesa sanitaria totale pro capite (2016)
Nel 2016 la spesa sanitaria totale per cittadino in Italia è stata mediamente di 2.447,55 Euro pro capite. Le Regioni che presentano la spesa sanitaria complessiva più elevata sono la Provincia Autonoma di Bolzano con 3.188,94 per cittadino; la Provincia Autonoma di Trento con 2.958,81 Euro pro capite; la Valle d’Aosta con 2.957,14 Euro per cittadino; la Lombardia con 2.679,80 Euro pro capite, e l’Emilia Romagna con 2.675,30 Euro per cittadino. L’incidenza pro capite di tale costo, in tutte le sue componenti, è tuttavia assolutamente diversificata in ragione della Regione di residenza di ciascun cittadino.
La compartecipazione alla spesa per l’accesso al Servizio Sanitario Nazionale (c.d.”ticket”)
Sempre nel campo dell’analisi tra sanità e territorio un altro ambito di indagine importante è quello relativo al costo dei ticket sia per la sua incidenza sul valore complessivo della spesa sanitaria privata (si tratta, infatti, di oltre il 18% della spesa sanitaria privata per servizi ovvero l’8,5% della spesa sanitaria privata totale) sia, e soprattutto, per le fortissime implicazioni sul piano dell’uguaglianza e dell’universalismo del Sistema Sanitario del nostro Paese. Attualmente l’ammontare complessivo della spesa sanitaria per i ticket si attesta ad Euro 3 miliardi, con un costo medio a livello nazionale di circa 50 Euro per ticket. Le Regioni che presentano i valori più elevati in termini di ammontare complessivo dei ticket sono il Veneto, con un costo medio di 67 Euro per ticket, subito seguito dalla Toscana, con 62 Euro per ticket, e dalla Provincia Autonoma di Bolzano con 57 Euro per ticket. Tra le prime cinque Regioni per entità del costo della quota di accesso al Servizio Sanitario Nazionale, poi, si posizionano Valle d’Aosta e Abruzzo con un costo medio per ticket rispettivamente di 55 Euro e 54 Euro. Le quote di accesso al Servizio Sanitario Nazionale, ovvero l’entità della compartecipazione alla spesa richiesta a ciascun cittadino, risultano notevolmente differenziate tra Regione e Regione (da un minimo di 33 Euro in Sardegna ad un massimo di 67 Euro in Veneto) con una significativa variabilità da ricondurre non solo alle policy peculiari adottate da ciascuna Regione nel campo dei farmaci e delle prestazioni sanitarie, ma anche all’incidenza dei c.d. “cittadini esenti” (dal pagamento del ticket, in tutto o in parte) che, come noto, risulta assolutamente prevalente nella macro Area Sud e Isole. L’impianto “non progressivo” dei ticket, così per come è impostato attualmente, finisce per essere (tradendo la sua funzione originaria di deterrenza nei confronti dell’utilizzo frequente delle prestazioni) un ulteriore amplificatore delle disuguaglianze sociali e territoriali per i cittadini del nostro Paese. Peraltro, è ancora il caso di osservare, che l’elevato ammontare medio dei ticket è nel contempo una delle cause della stessa crescita della spesa sanitaria privata.
Le liste di attesa
Dall’indagine condotta, come ogni anno, su un campione diffuso e significativo di strutture sanitarie pubbliche, il Servizio Sanitario Nazionale continua a confermarsi sempre più saturo. InAbruzzo sono 70 i gg. medi di attesa
Tutto questo fa crescere l’incertezza degli abruzzesi sulla possibilità di cura e di tutela della salute.
All’incertezza dei cittadini abruzzesi, in un recente rilevamento a campione di una associazione dei consumatori il 63,4% si dichiara insicuro rispetto alla copertura sanitaria futura. e chiede la riduzione delle liste di attesa.
Assommano a migliaia gli Italiani che hanno avuto urgente bisogno di almeno una prestazione sanitaria ed a causa di liste di attesa troppo lunghe nel pubblico si sono rivolti al privato. Importante osservare, peraltro, che anche il fenomeno delle liste di attesa mostra un trend crescente consolidato. Infatti tra il 2014-2017 per la gran parte delle prestazioni sanitarie analizzate si registra un allungamento costante delle liste di attesa.
La lunghezza delle liste d’attesa è il paradigma delle difficoltà del Servizio Sanitario Nazionale e il moltiplicatore della forza d’attrazione della sanità privata. A questo riguardo è interessante osservare come ogni giorno di attesa risparmiato in termini di lista di attesa presso il Servizio Sanitario Nazionale corrisponda ad un costo medio da pagare di tasca propria da parte del cittadino compreso mediamente tra 10 Euro e 45 Euro.
Liste di attesa per territorio
Il fenomeno delle liste di attesa si conferma fortemente influenzato dal gradiente
territoriale. Tra coloro che hanno avuto urgente bisogno di almeno una prestazione sanitaria ed a causa di liste di attesa troppo lunghe nel pubblico, si è rivolto al privato hanno vista risolta la loro richiesta in un tempo medio di attesa di poco superiore ai 5 giorni.
Sanità negata: il fenomeno della rinuncia alle cure
Erano 9 milioni nel 2012, sono diventati 12,2 milioni nel 2016 – oltre il 20% della popolazione – gli Italiani che hanno dovuto rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie nell’ultimo anno a causa di difficoltà economiche, non riuscendo a pagare di tasca propria le prestazioni. Mancano dati probanti sul numero di abruzzesi, però, è necessario precisarlo, che stiamo parlando di persone che hanno rinunciato del tutto a curarsi nell’anno, oppure di cittadini che sono stati costretti per motivi economici a non fare, rinunciando o rinviando, almeno una prestazione sanitaria che era stata loro prescritta come necessaria a livello medico. Al riguardo, come mostra chiaramente il numero di cittadini che hanno dovuto rinunciare alle cure varia in modo significativo da Regione a Regione anche in considerazione naturalmente del numero di cittadini assistiti. I dati che emergono da questa rilevazione, tuttavia, mostrano in modo inequivocabile l’esistenza di “una sanità a due velocità”, il grafico contenuto nel rapporto ci fa leggere una percentuale elevata pari al 40% in linea con il resto del mezzogiorno.
La mobilità sanitaria: i migranti della salute
Il quadro appena descritto rappresenta probabilmente la spiegazione più efficace del rilevante fenomeno della mobilità sanitaria. Nel 2016 la mobilità sanitaria nel nostro Paese è tornata a crescere (+21,4% rispetto al 2015), coinvolgendo oltre 1,7 milioni di Italiani. .
Ma se il saldo totale dei flussi della migrazione sanitaria a livello nazionale è ovviamente pari a zero ci sono Regioni che ci “guadagnano” e Regioni che ci “perdono” e queste ultime sono la maggioranza: 13 Regioni su 20 hanno infatti un saldo negativo tra crediti e debiti (Campania, Calabria e Lazio in testa). Per più della metà dei casi (56%) la motivazione alla base della migrazione è la qualità delle cure; incidenza molto significativa anche quella delle liste di attesa (25%) e della logistica (19%). La migrazione sanitaria non si basa dunque su esigenze di mero comfort, ma è determinata da situazioni gravi e importanti in termini patologici. Motivo che ci dovrebbe indurre a valutare opportunamente qual è l’incidenza della mobilità sanitaria rispetto alla cosiddetta sanità negata.

Gli indicatori della disparità territoriale.
Sancita costituzionalmente, l’uguaglianza dei cittadini è ancora più determinante in sanità. Ma anche su questo punto, purtroppo, si assiste ad una dicotomia tra il piano valoriale e d i comportamenti attuativi. La Riforma del Titolo V della Costituzione che ha introdotto, come più volte ricordato, il federalismo sanitario nel nostro Paese ha generato di fatto 21 Sistemi Sanitari Regionali diversi. Gli effetti pratici nella vita di tutti i giorni per i cittadini sono evidenti.
Le liste di attesa medie nell’ultimo anno vanno dai 33,69 giorni di media nel Veneto; ai 82,54 giorni di media nel Lazio;
Il valore medio dei ticket va dai 67 Euro medi del Veneto ai 33 Euro della Sardegna.
La spesa sanitaria di tasca propria (c.d. “Out of Pocket”) – che, è bene ricordarlo, si aggiunge ai costi già sostenuti da tutti noi mediante la fiscalità generale per finanziare il Servizio Sanitario Nazionale e che, a loro volta, ammontano in media a 1.867 Euro pro capite. L’incidenza delle cure rinunciate o differite – che riguardano ormai oltre 12,2 milioni di italiani – va dal 15% del Nord Est al 39% del Centro, passando per il 28% del Sud e Isole… e si potrebbe continuare, anche in una prospettiva di medio lungo periodo, guardando all’incidenza delle risorse destinate alla prevenzione, all’indice di buona salute ed alla speranza di vita alla nascita sempre più distanti tra Regione e Regione.

Di fronte a questi risultati ci sembra, francamente, difficile parlare ancora di uguaglianza.